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Arrivi a Potsdamer Platz, alzi lo sguardo verso i grattacieli e senti che qualcosa non torna. La piazza è moderna, lucida e commerciale. Eppure ogni guida ti dice che è uno dei luoghi più importanti di Berlino. Perché? Dove sta la storia?
Questo è esattamente il disagio che vivono migliaia di visitatori ogni anno: trovarsi di fronte a un luogo epocale senza riuscire a leggerne i segni, tornare a casa con la sensazione di aver visto una superficie senza capirne il peso. E quando il tuo viaggio a Berlino dura tre o quattro giorni, ogni ora sprecata su ciò che non comprendi è un’ora sottratta a ciò che avrebbe potuto cambiarti.
Potsdamer Platz non è una piazza come le altre. La sua grandezza è stratificata, nascosta, quasi volutamente silenziosa.
Per comprenderla bisogna conoscere quello che non c’è più, quello che è stato distrutto, quello che è rimasto sepolto sotto decenni di ideologia e cemento. Proprio questa caratteristica la rende un luogo profondamente berlinese: non si capisce a prima vista, ma quando la si capisce, cambia il modo in cui si legge l’intera città.
Per questo motivo, il punto di ritrovo del nostro Free Tour di Berlino, il tour a offerta libera che ti porterà alla scoperta di questa incredibile città, non poteva che essere proprio al numero 10 di questa piazza!
Due secoli di trasformazioni: come nasce Potsdamer Platz

La storia di Potsdamer Platz inizia nel 1685, quando questo crocevia rappresentava già un nodo di connessioni tra le popolazioni nordeuropee. La sua forma a stella, con le cinque direzioni che ne derivano, non era casuale: nasceva come punto di convergenza naturale, un luogo dove le strade si incontravano perché la geografia lo imponeva. Questa caratteristica strutturale, causa prima del suo dinamismo, è rimasta invariata attraverso secoli di trasformazioni radicali.
Dal 1735 al 1860, la piazza divenne invece un limite invalicabile. Lo Zollmauer, il muro daziale di Berlino, separava fisicamente le economie della capitale da quelle del resto della Germania, trasformando un crocevia di incontri in una frontiera di separazione. Questa tensione tra connessione e divisione, tra apertura e barriera, è il filo conduttore che percorre tutta la storia del luogo fino ai giorni nostri.
Con la Belle Époque e la rivoluzione industriale, Potsdamer Platz conobbe la sua prima grande rinascita. Tra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, divenne un laboratorio di primati tecnologici a scala mondiale. Nel campo dei trasporti urbani, si ricorda la costruzione della prima ferrovia prussiana, la Berlino-Potsdam del 1839, oltre alla prima linea della metropolitana di Berlino (U-Bahn).
Inoltre, a pochi passi da qui, venne eretta la Anhalter Bahnhof, la stazione ferroviaria più grande al mondo di fine Ottocento, che collegava la capitale ai lontani luoghi del mediterraneo, come la Riviera, Roma, Napoli e Atene. Nel 1847, in un’umile palazzina della piazza, nacque la Siemens, che avrebbe posato le prime linee elettriche urbane.
Nel 1924 fu installato il primo semaforo tedesco, comandato manualmente con i tre colori disposti orizzontalmente: una copia di questo è visibile oggi al centro della piazza.
A cornice della pulsante vita cittadina degli anni Venti e Trenta si affacciavano locali, bar e raffinate enoteche, come lo Joshy Bar, il Kempinski e la Huth Wein Haus. Vi erano cinema multisala, teatri, casinò, negozi alla moda e hotel di lusso, tra i quali il leggendario Hotel Esplanade, frequentato dall’ultimo Kaiser Guglielmo e da artisti emergenti come Charlie Chaplin e Greta Garbo.
Potsdamer Platz era diventata simbolo del Secondo Impero Tedesco, della sua ricchezza e mondanità, almeno fino alla crisi scaturita con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Distruzione, Muro e silenzio: la guerra fredda cancella tutto

Nel 1945, dopo il brulichio di vita e luci dei primi del Novecento, Potsdamer Platz divenne un logo di assenze, macerie e distruzione totale. La causa furono i pesantissimi bombardamenti alleati e la feroce guerriglia urbana tra gli ultimi soldati adolescenti mandati al macello da Hitler e i soldati dell’Armata Rossa. Quasi tutti gli edifici qui furono colpiti, incendiati e martoriati.
Alla fine della guerra, grazie alle Trümmerfrauen, le donne delle macerie, molte rovine furono rimosse anche a mano, con l’idea di ricostruire i vecchi edifici. La Guerra Fredda era però già cominciata, e ciò che ne conseguì furono altre demolizioni per lasciar posto alla costruzione del Muro di Berlino nell’agosto del 1961.
La piazza divenne un luogo ai margini del mondo, pervaso da un senso di totale assenza d’identità e sgomenta divisione. Il Muro, con la Striscia della Morte e i relativi sistemi di barricate, torrette di avvistamento e lampioni sempre accesi, occupava gran parte dell’area contribuendo al sentimento di non appartenenza.
Proprio qui a Potsdamer Platz si scontrarono e si controllarono a vicenda i due mondi socioeconomici che si attestarono a livello globale dopo il conflitto: il capitalismo e il comunismo. Questo scenario desolato si poteva osservare anche dalle poche rovine rimaste nella piazza tagliata dal Muro: quelle della Haus Huth del 1910 e dell’Hotel Esplanade con la sua Kaisersaal, due frammenti sopravvissuti quasi per miracolo che oggi, inseriti nel tessuto contemporaneo, costituiscono la vera archeologia storica della piazza.
Chi visita Potsdamer Platz senza sapere dove cercare questi elementi rischia di perderli completamente, perché il contrasto tra i grattacieli di vetro e questi resti storici non è mai segnalato con evidenza.
Nel 1977, presso gli Hansa Studios, in una Potsdamer Platz divisa e rasa al suolo, il cantautore David Bowie registrò l’epica Heroes, che voleva essere “il grido disperato dell’ultimo romantico su un pianeta ormai distrutto”. Quella canzone, registrata a pochi metri dal Muro, porta con sé tutta la tensione di un luogo dove la storia europea si era fermata, dove il silenzio era diventato una forma di violenza urbana.
Est contro Ovest: come la divisione ha plasmato l’architettura

Mentre nel settore orientale della Potsdamer Platz, appartenente alla Berlino Est, vennero ulteriormente rimossi i resti degli edifici storici con il fine di cancellare la memoria del recente passato e lasciar spazio alla costruzione del Muro e alla relativa Fascia della Morte, la zona occidentale nella Repubblica Federale Tedesca divenne un simbolo di ricostruzione già dagli anni Sessanta.
Le differenze tra est e ovest erano notevoli e impattanti, non solo politicamente ma fisicamente: ad est, lo spiazzo della vecchia piazza e della limitrofa Leipziger Platz divenne una landa fangosa vuota e sorvegliata dalle guardie di frontiera; ad ovest, poco più in là, si costruirono architetture moderne e innovative.
C’era bisogno di ridare vitalità a Berlino Ovest e dotarla di quei luoghi andati distrutti o rimasti “dall’altra parte del Muro”, come il complesso museale dell’Isola dei Musei o l’antica filarmonica (Konzerthaus). La voglia e la necessità di rinascita culturale e architettonica, insieme alla volontà di distinguersi dal lato comunista, erano palesi e concrete.
Fra gli edifici principali costruiti in questo periodo sul lato ovest di Potsdamer Platz troviamo il complesso del Kultur Forum, dove si trovano alcuni dei musei più famosi di Berlino.
Spiccano la Gemäldegalerie, la bellissima galleria delle opere pittoriche rinascimentali, e la Neue National Galerie, un’icona dell’architettura moderna costruita in acciaio nero e vetro su progetto del maestro Mies van der Rohe. Poco distante vennero realizzati i suggestivi complessi della Staatsbibliothek, dalle dorate forme scultoree, e della Berliner Philarmonie dell’architetto Hans Scharoun.
Comprendere questa divisione architettonica significa comprendere perché Potsdamer Platz, riunificata, abbia dovuto affrontare una sfida urbanistica senza precedenti: non solo costruire edifici nuovi, ma ricucire due filosofie urbane opposte, due modi di concepire lo spazio pubblico che per trent’anni avevano evoluto in direzioni radicalmente diverse. L’architettura contemporanea di Berlino che oggi vediamo a Potsdamer Platz è il risultato diretto di questa sfida.
La grande ricostruzione

Per la ricostruzione del lato est della Potsdamer Platz si dovette aspettare la caduta del Muro nel 1989 e la riunificazione della Germania nel 1990. Bisogna anche ricordare che Berlino è tornata ad essere la “nuova” capitale tedesca, scalzando Bonn, solo il 20 giugno del 1991, dopo un voto parlamentare che ha eletto Berlino con solo 18 voti di scarto. La volontà di unire proprio da Potsdamer Platz le due Berlino, le due Germanie, fu più un atto sociale e politico che urbanistico.
Non è un caso che proprio a Potsdamer Platz l’ex Pink Floyd, Roger Waters, allestì The Wall, lo scenografico concerto del 21 luglio del 1990 con oltre mezzo milione di spettatori. L’immenso vuoto urbano lasciato dagli sconvolgimenti della storia divenne una preziosa occasione per ripartire da zero.
Il piano generale elaborato dall’architetto italiano Renzo Piano, sostenuto economicamente dalla società Daimler Benz, riuscì a rispettare la tradizione berlinese dei blocchi urbani degli edifici ben definiti, ricalcando i tracciati precedenti e rimanendo all’interno delle linee guida imposte dai regolamenti di pianificazione urbana dell’epoca. Piano propose un design chiaro, compatto e allo stesso tempo trasparente e permeabile alla vita, grazie alle facciate continue e lineari, ritmicamente composte con minuti elementi orizzontali in terracotta e vetrate a tutta estensione.
I piani terra degli edifici sono caratterizzati da un ampio e accogliente porticato sotto il quale è piacevole passeggiare, perché la vita cittadina deve restare visibile e accessibile.
Da cratere ad icona urbanistica: Renzo Piano e gli altri maestri dell’architettura contemporanea

Il progetto ha consentito la creazione di 350.000 mq di spazi interni su un sito urbano di 68.000 mq. Nel complesso sono stati previsti edifici per una vasta gamma di utilizzi: uffici, appartamenti, cinema, casinò, teatri, bar, gelaterie, ristoranti e negozi al dettaglio.
Il fulcro principale del complesso è stata la nuova Marlene Dietrich Platz, il cuore pulsante della piazza, che si sviluppò attraverso la lunga galleria Arkaden, ora denominata Playce. Le strade, i larghi marciapiedi, gli alberi, le aiuole e il considerevole laghetto “Piano See“, realizzato sopra il tunnel stradale, hanno contribuito a definire la nuova concezione di questo spazio e la sua rinascita.
Renzo Piano ha progettato otto edifici e grattacieli; per i restanti dieci ha chiamato altri architetti di fama mondiale. Tra gli edifici che campeggiano al centro della piazza troviamo la Kollhoffs Tower dell’architetto Hans Kollhoff, caratterizzata dall’uso del mattone scuro di ispirazione art déco americana. Di fianco si sviluppa la vetrata e curvilinea DB Tower dell’architetto Helmut Jahn, che fa capo al complesso di sette edifici noto per decenni come Sony Center.
Inaugurato nel 2000 e finanziato dalla Sony Corporation, il complesso era diventato uno dei simboli della nuova Berlino, con la sua spettacolare copertura conica ispirata al Fuji, il vulcano sacro giapponese. Dopo una lunga ristrutturazione e un cambio di proprietà, oggi il complesso si chiama Das Center e continua ad ospitare bar, ristoranti, cinema, musei e uffici sotto quella stessa copertura iconica.
Particolare è stata la progettazione architettonica dei due edifici da affiancare alla, fortunatamente superstite, palazzina Haus Huth del 1910. Il progetto di Renzo Piano e Richard Rogers si allinea traendo spunti compositivi e stilistici che i due architetti italiani hanno rivisitato nei nuovi edifici. Anche il grande albergo progettato dall’architetto portoghese Rafael Moneo merita attenzione, così come il complesso di edifici progettato dall’architetto italiano Giorgio Grassi a partire da Potsdamer Platz 10, dove si trova il punto di ritrovo di GUIDEinTOUR.
L’immenso cantiere fu anche un’opportunità di sperimentare estremi metodi di costruzione: un ambizioso concetto di ingegneria ha permesso di costruire le fondamenta dell’intero complesso sott’acqua, presente abbondantemente nell’area come nel gran parte del sottosuolo berlinese. Sotto il piano stradale il progetto ha realizzato tunnel stradali, ferroviari e pedonali, aree commerciali e tre livelli di parcheggi.
Come leggere Potsdamer Platz oggi: strati visibili e nascosti

Potsdamer Platz è stata un fiore che ha dato frutto. Le varie memorie di quello che fu un tempo sono sparse intorno agli edifici moderni e sono ancora presenti: basta solo riconoscerle. Sono proprio quegli elementi quasi impercettibili a un occhio frettoloso che permettono di capire la complessità evolutiva di questa città. Sono quei particolari nascosti che risaltiamo sempre nelle nostre visite guidate di Berlino.
Camminare seguendo il tracciato a terra a memoria del Muro, ciò che fu definita come la cicatrice sul volto dell’Europa, e guardare al contempo al cielo ritagliato nello skyline dei profili delle mirabili architetture, di cui molte a firma italiana: questa è un’esperienza che giustifica, introduce e completa la visita di Berlino, donando una visione privilegiata dei recenti secoli di storia mondiale. Chi riesce a fare tutto questo in autonomia porta a casa qualcosa di raro.
Visitare Potsdamer Platz significa leggere in un unico spazio la Prussia, la Belle Époque, il nazismo, la distruzione bellica, la Guerra Fredda, la riunificazione e l’architettura contemporanea come atto politico. Nessun altro luogo di Berlino comprime tanta storia in così poco spazio fisico.
Domande Frequenti
Perché si chiama Potsdamer Platz?
Cos’è il Das Center alla Potsdamer Platz?
Cosa c’è da vedere alla Potsdamer Platz oggi?
Io sono Paolo Brasioli, architetto, co-titolare con Elena dello studio quattro|architectura, e guida turistica per passione.
Vivo a Berlino già da tempo e amo raccontare questa città così affascinante e ritrarla nei miei disegni come quelli presenti in questo articolo.
Spero che ciò che ho scritto ti sarà utile per comprendere meglio un luogo non scontato come la Potsdamer Platz. Anche per questo il punto di ritrovo di tutte le nostre visite guidate di Berlino si trova al numero 10 della piazza.
Chissà, magari ci conosceremo personalmente proprio qua!
Per scoprire ulteriori dettagli sull’autore di questo articolo, ti invitiamo a visitare il suo profilo con un semplice clic: Paolo Brasioli.